Claudia, la regina


«Allora, questa dove la facciamo?». Claudia Schiffer è sul set di Collier Schorr per la copertina di Vogue Italia. Già un’ora in più sul programma di giornata e ancora va scattata qualche foto. I tempi sono stretti ma Schiffer non si preoccupa. Nelle foto di Schorr, e in questa intervista, il suo ruolo dovrebbe essere quello del soggetto. Lei è la storia, non l’autrice: che sia attraverso l’obiettivo del fotografo o la penna di chi scrive, l’immagine di Claudia Schiffer prende comunque forma attraverso una prospettiva altrui. Giusto?

Sbagliato: Schiffer è allo stesso tempo oggetto dell’immagine e sua dominatrice. Il suo celebre aspetto fisico – il motivo per cui Claudia, che ora compie 49 anni, fu scoperta in una discoteca di Düsseldorf nel 1987 – rimane eccezionale oltre ogni definizione. Fin dagli esordi, i suoi capelli biondi, una struttura ossea perfetta e le labbra carnose hanno richiamato alla mente di chiunque la vedesse altre bellezze archetipiche. Gilles Bensimon disse di lei che era «più Bardot di Bardot», un’osservazione che lei oggi commenta così: «Era strano venir paragonata a una simile icona, ma presto ho realizzato che si trattava di un complimento enorme». Arrivò poi il paragone, decisamente bizzarro, con Barbie: un (seppure iconico) pezzo di plastica. Anche in quel caso, Claudia Schiffer trasformò la proiezione facendola propria. Correva il 1994 quando scattò con Ellen von Unwerth (la fotografa che lanciò la sua carriera e la cui carriera Schiffer contribuì a lanciare) il famoso servizio Claudia: The Real Barbie per Vogue Italia. Schiffer ricorda «c’era tutto quello che potevi immaginare, gli abiti in pvc e le capigliature enormi, che diventavano sempre più gigantesche». E prosegue: «A parte il fatto che tutti continuavano a toccarmi i capelli, e quindi iniziavo a sentirmi davvero una bambola, memorabile è stato il modo in cui Ellen è riuscita a farmi calare nel ruolo, ricostruendo le classiche pose di Barbie. Il gioco era chiaro: apparentemente ero una modella che fa il manichino senz’anima, ma al contrario ciò che sottolineavano gli scatti era quanto noi modelle fossimo ormai riconoscibili. Con la sua ironia Ellen sovvertiva l’idea che l’unica cosa che facessimo fosse vestirci di tutto punto e posare». Nel trentennale della sua carriera, festeggiato nel 2017, è stata creata una speciale “Barbie Claudia Schiffer”, alta 29 centimetri, con lo stesso abito in maglia metallica dorata di Versace indossato durante il ritorno alle passerelle del settembre dello stesso anno (la prima volta dopo la sfilata A/I di Dolce&Gabbana nel 2009) insieme alle colleghe supermodelle Cindy Crawford, Carla Bruni, Naomi Camp­bell ed Helena Christensen. Quella sfilata è stato l’evento della stagione – specialmente per chi non le aveva mai viste dal vivo –, tutto il pubblico, tra cui Pierpaolo Piccioli, Alessandro Michele e Anthony Vaccarello, in piedi ad applaudire in estasi. Nonostante il successo di quella sera, Schiffer dichiara di non avere in programma altre apparizioni in passerella – sebbene sia attenta a non escluderlo: «Ma dovrebbe essere qualcosa di molto speciale».

Più tempo trascorro con Claudia Schiffer e più mi rendo conto che la sua spesso citata timidezza – che risale, a sentire lei, ai tempi in cui nella sua città natale di Rheinberg era stata una ragazzina eccessivamente alta, e che in seguito l’avrebbe resa riluttante a passare dagli scatti di moda alle passerelle – è stata completamente messa da parte. Al suo posto c’è un’aura di totale calma e controllo. Presta molta attenzione alle domande che le vengono poste, e ancor più alle proprie risposte. Lo sguardo è a volte impenetrabile, a volte caldo (specialmente quando parla della vita familiare), a volte vagamente ironico: dandomi la sensazione che in fondo non sia lei l’intervistata, ma io. D’altra parte, il mestiere di Schiffer è essere guardata. La sua fisicità dirompente è solo il punto di partenza, la materia prima: il suo talento è saper plasmare lo sguardo indagatore, che viene attratto magneticamente, e piegarlo a proprio piacimento. Durante la sua carriera, Claudia Schiffer ha messo questa dote al servizio dei più grandi fotografi del mondo, contribuendo a creare alcune delle immagini più d’impatto della storia della moda.

Quella di oggi è la prima collaborazione tra Claudia e Collier Schorr, e mentre le due dialogano di luci e inquadrature appare chiaro che l’attenzione che le riservano i fotografi è da lei puntualmente ricambiata. «La vecchia generazione di fotografi, con cui ho lavorato negli anni Novanta, Herb Ritts e Richard Avedon, non faceva molti ritocchi. Le loro immagini non ne avevano bisogno perché loro erano autentici geni della luce: quando vedevi le foto erano già praticamente perfette. La nuova generazione tende a essere diversa, dedica meno tempo alla luce e molto di più al lavoro sulle immagini in post-produzione. è uno stile completamente differente. Ma curiosamente Collier è esattamente come Avedon: ha una luce immacolata. È una cosa fantastica».

Claudia Schiffer by Collier Schorr, da Vogue Italia Agosto 2019
Claudia Schiffer by Collier Schorr, da Vogue Italia Agosto 2019

La sintonia tra lei e Schorr è così a fuoco che alcune immagini vengono prese dalla stessa Schiffer: «Sì, in alcune occasioni sono stata io a scattare la foto, ovviamente dopo che era stata preparata da Collier. Lei è prima di tutto un’artista, il suo punto di vista è acuto, parte da una direzione completamente diversa, ha edge». Per una di queste immagini, racconta, «stavo cercando di ridere istericamente, come se fossi folle, delirante, buffamente sopra le righe. Mi sono immaginata di essere da sola, completamente libera, e ho provato ad aggiungere quell’ingrediente chiave che rende il risultato finale qualcosa di più di un semplice sguardo dritto all’obiettivo». Un tale livello di coinvolgimento ha fatto sì che alcune delle foto pubblicate in questo numero possano essere definite a tutti gli effetti autoritratti “curati da Schorr”: Claudia by Claudia.

Quando Avedon la ritrasse per la prima volta, il suo commento fu, semplicemente: «Questa ragazza è un sogno». Il suo metodo consisteva nello scattare accanto a uno specchio rivolto al soggetto, cosa che consentiva al soggetto stesso di vedersi come lo vedeva il fotografo: era un invito a partecipare alla creazione dell’immagine. Ora, attraverso l’equivalente digitale di uno specchio, questo invito le è stato fatto anche da Schorr: «Se lo schermo è rivolto verso di te, com’è successo oggi, puoi avere una buona idea di cosa funziona e cosa no, e di cosa cambiare per migliorare il risultato». 

E cosa fa Claudia Schiffer per rendere migliori le immagini? «Dipende dal contesto e da quello che si vuole ottenere. In linea di massima, direi che mentre lavoro cerco di intrattenermi da sola: passo dall’essere perfettamente seria all’assolutamente ridicola. Un servizio fotografico sviluppa un intero ventaglio di emozioni… e forse il contegno va lasciato fuori dalla porta. Si tratta di concentrarsi esattamente su ciò che sta dicendo il fotografo e seguire le sue indicazioni, combinarle con ciò che si prova in quel momento, ed esprimerlo. È la cosa più importante, ciò che ispira i fotografi e li spinge a voler lavorare ancora con una modella: quello di cui hanno bisogno è pura concentrazione». Per entrare in sintonia con il fotografo ed essere abbastanza plasmabile da riuscire a dar forma all’immagine che questi ha in mente, Schiffer si proietta in quello che definisce uno «stato di sciocchezza». Spiega: «È una cosa che ho imparato con Ellen von Unwerth, lei era una modella prima di diventare fotografa e quindi conosce bene entrambe le prospettive. Si deve tornare ragazzi: semplicemente sciocchi e liberi, senza preoccupazioni e senza troppa consapevolezza. Tutto diventa gioioso, e se sei un adulto, a seconda di quello che indossi, puoi diventare anche sexy. Serietà e ilarità si mescolano, più e più volte, fino a trovare quel punto di contatto che ci connette al fotografo, e crea un’immagine memorabile perché evoca un’emozione. Sono convinta di questa cosa: che le fotografie possano suscitare un’emozione solo se l’emozione c’è stata anche sul set».

Riconoscere il momento capace di generare l’emozione – quel singolo, preciso momento d’incontro creativo tra modella e fotografo – secondo Claudia Schiffer è ciò che fa la differenza tra un’immagine così così e una indimenticabile: «Ci sono foto iconiche, e altre che sono solo foto di moda. Mostrano gli abiti e basta. Le guardi e pensi “oh, carina”, vai avanti e quasi le dimentichi. Potresti persino incontrarle di nuovo senza ricordare di averle viste prima. Tutt’altra cosa avviene quando uno scatto è così sorprendente da farti rimanere stampato in testa come e quando l’hai visto. Questa è una foto in cui succede qualcosa di speciale: ti ha evocato una precisa emozione».

Schiffer spiega che le modalità di lavoro dei fotografi che l’hanno ritratta variano parecchio. Prendiamo Steven Meisel, con cui Schiffer ha collaborato per la prima volta in occasione di una cover story di Per Lui, sotto la direzione di Vogue Italia, nel 1990: «Ricordo ancora bene quello shooting, è stato incredibile. Si lavorava sia in studio, sia fuori, a New York. Se Steven è un fotografo così unico è anche perché supervisiona ogni minimo dettaglio. Tutto, fino ai capelli e al trucco, è esattamente come lui lo desidera. Altri si permettono di essere aperti ai suggerimenti del resto del team, ma Steven ha una visione totale di come sarà l’immagine, è già nella sua testa prima di iniziare a scattare».

Nella vita di Schiffer, la vetta più alta della fama arriva quando era già nota per i suoi primi lavori editoriali con Von Unwerth. Nonostante il suo successo sulla carta stampata, era esitante a passare alle sfilate. Come già detto, semba difficile crederlo oggi, ma la ragione era la timidezza. Decisivi furono l’incoraggiamento e la guida di Karl Lagerfeld nel fare il primo passo che avrebbe segnato la sua ascesa al ruolo di supermodella. Ricorda: «Karl mi ha insegnato la moda, ma anche la longevità nella moda. E mi ha fatto capire il potere della fiducia in se stessi e dell’autenticità. Ovviamente, il fatto che fosse una delle persone più potenti nel settore, e che mi sostenesse dicendomi “tu sei quella giusta”, fu uno straordinario sigillo di approvazione per una ragazza molto giovane e ancora in cerca della sua strada. La mia primissima sfilata è stata per lui da Chanel, ed è stato il momento cruciale della mia carriera, quello che mi ha trasformata da adolescente timida a supermodel. Quindi sarò sempre grata a Karl perché il suo sostegno e la sua fiducia mi hanno guidata verso una lunga carriera nella moda». La settimana prima di questa intervista, Schiffer si trovava a Parigi per la celebrazione commemorativa di Lagerfeld, Karl Forever, al Grand Palais. «Un evento bellissimo per tutti quelli che lo hanno conosciuto. Karl è stata una forza trainante nella moda per così tanto tempo, ma molte persone sono rimaste nel settore solo per una decina d’anni, e questa è stata per tutti l’opportunità di vederlo nelle diverse fasi della sua vita. È stato interessante, toccante e divertente… Tutti lo conoscevano come un personaggio di potere e severo – questo faceva parte della sua immagine – ma era anche estremamente divertente, e questo è venuto fuori davvero». 

Il sostegno di Lagerfeld ha contribuito a lanciare Claudia Schiffer verso lo status di supermodel, e lei ricorda sia le vette sia le cadute di quel «periodo intenso e formidabile». Tra i momenti più luminosi, la sfilata di Gianni Versace su colonna sonora di Prince, con Prince in persona seduto in prima fila. O quello shooting con Arthur Elgort a Roma, ispirato a La dolce vita, quando posando dal balcone di un hotel centinaia di fans, dalla piazza sottostante, presero a cantare in coro il suo nome. Anche i “momenti no” sono a loro modo da ricordare: «Una volta, tornando nel backstage, scoprii che mi era stata rubata tutta la biancheria intima. Quindi da quel momento in poi ho avuto una guardia del corpo anche a proteggere la mia lingerie!». Delle sue colleghe supermodel dice: «C’era sempre un senso di comunità tra noi, è per questo che quando oggi ci incontriamo sembra una reunion di classe. Eravamo su tutte le copertine e in ogni pubblicità, e se pure c’era competizione, ci proteggevamo sempre l’un l’altra. E poi non avevamo paura di far sentire la nostra voce: per questo abbiamo sviluppato un controllo senza precedenti sulle nostre carriere».

Schiffer, pur senza aver mai abdicato al suo ruolo nella moda, ha iniziato a fare un passo indietro quando ha incontrato suo marito, il regista Matthew Vaughn, e hanno iniziato a costruire la loro famiglia. Ora, dice, si concentra su «collaborazioni professionali relativamente brevi – in genere tra i tre e i cinque anni – che mi permettano di dare un contributo creativo e mi consentano di lavorare con persone che ammiro, oltre a lasciarmi il tempo per la vita familiare. Sono orgogliosa dei prodotti che ho contribuito a creare. Sebbene siano collaborazioni realizzate con aziende diverse, hanno tutte un’estetica comune: mettendole insieme su uno scaffale sembrano appartenere allo stesso brand, con lo stesso linguaggio». Aggiunge: «In passato ho avuto grandi partner come TSE, Aquazzura e Rizzoli per il mio coffee table book e penso sempre a nuove idee, che sia mentre viaggio o quando guardo le sfilate. Al momento sono il volto della campagna di orologi J12 di Chanel e di Ba&sh e sto anche sviluppando una collezione di ceramiche e una nuova collaborazione di moda per il prossimo anno». 

È estremamente attenta nel difendere la privacy della sua famiglia. La capacità di mantenere un senso di intimità – una vita protetta dagli sguardi del pubblico – è per lei una delle più grandi sfide del nostro tempo. «Amo condividere su Instagram i momenti della mia vita legati alla moda, ma mi manca quella linea netta che esisteva tra la figura pubblica e la privata. Negli anni 90 non sentivi la pressione di dover condividere tutto con tutti, si poteva avere una vita privata e creare un alone di mistero attorno a te». Oggi, racconta, il suo confidente creativo più vicino è lo stesso Vaughn, con cui condivide un workspace nella loro casa di campagna. «Siamo sempre insieme, quindi se lui ha bisogno di un’opinione, posso dargliela, e viceversa. Abbiamo scambi molto produttivi. Alcune persone non riescono a lavorare insieme ed essere anche una coppia, ma a noi riesce perfettamente». 

Nonostante si fossero già incontrati di sfuggita, la scintilla tra Schiffer e Vaughn scatta dopo un appuntamento al buio a Los Angeles. Durante quell’incontro, Schiffer gli parla della sua passione per le tartarughe, e Vaughn, abilmente, prende spunto per una dichiarazione romantica. Schiffer ricorda: «Una settimana dopo, appare alla mia porta di ingresso una tartaruga! Perciò ovunque io sia nel mondo cerco di trovarne una». Aggiunge che la tartaruga originale «sta ancora benissimo 18 anni dopo» e che è stata poi raggiunta da altre due «perché pensavamo che potesse sentirsi sola». Mentre racconta di amore e di rettili, lo sguardo di Claudia Schiffer devia quasi impercettibilmente verso l’orologio che ha al polso. Per la prima volta dall’inizio dell’intervista, appare meno concentrata sulle sue risposte, ed è un segnale. È giunto il momento di uscire dal set e tornare a Vaughn, ai bambini, ai cani e alle tartarughe: alla vita reale.

Nella foto: Claudia Schiffer, 49 anni, scattata da Walter Chin nel 1991 per il numero di settembre di Vogue Italia. Apparsa per la prima volta sulla cover del magazine a marzo 1990 oggi è Ambassador Unicef per la Gran Bretagna.



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