Stephanie, il mistero


Cosa vediamo in Stephanie Seymour? Sicuramente un mistero. Tutte le grandi bellezze, in effetti, lo sono. Catturano il nostro occhio e ci chiedono di guardare più a fondo, di scoprirle uno strato dopo l’altro. Ma Seymour non è affatto come le altre. Lei è una delle più grandi, parte di un’élite che comprende Cindy, Linda, Claudia, Christy, Naomi. Per loro servì inventare una nuova categoria: le super. Super modelle, vere star negli anni Novanta, che non si alzavano dal letto per meno di 10mila dollari – come disse scherzando Linda Evangelista. Tradotto in like, ne servirebbero almeno 100mila.

 Tuttavia il mistero che circonda Seymour è più profondo, più potente. È apparsa in almeno 300 magazine, eppure sappiamo pochissimo di lei. Scoperta a quindici anni grazie al contest Look of the Year di Elite, la ritroviamo a New York dove frequenta John Casablancas, fondatore dell’agenzia. Più che una modella è la cifra del glamour, dei media e dell’arte degli anni Ottanta e Novanta. Figura ineguagliata, con quel broncio tipicamente americano che ispirò Richard Avedon (lui la definiva perfetta) e Azzedine Alaïa, ha firmato contratti miliardari, vedi Victoria’s Secret e L’Oréal. E dopo aver frequentato Warren Beatty e spezzato il cuore dell’ultimo dio del rock Axl Rose, ha sposato il collezionista d’arte e finanziere miliardario Peter Brant, con cui ha avuto tre figli.

 Ci sono stati momenti difficili, come il rischio di divorzio nel 2009 e l’arresto per guida in stato di ebbrezza nel 2016, ma il mistero è rimasto intatto. Stephanie e Brant si sono riconciliati e l’episodio è stato rimosso dalla sua fedina. Più che una fashionista è una delle regine della moda – al di sopra di tutto eppure assolutamente umana – che ha fatto impazzire la stampa. Lo scatto di un paparazzo che la ritraeva in spiaggia in atteggiamento affettuoso con il figlio occupò giornali e siti web per un periodo lunghissimo. Seymour non si scompose. In un’epoca in cui la condivisione ossessiva rende indistinguibili personalità e personal branding, la sua reazione, più che sembrare bizzarra, è una rivelazione. Qualcosa di unico. In un mondo dove tutti vogliono essere conosciuti, Stephanie è conosciuta come una che se ne frega. La domanda più interessante allora non è tanto cosa vediamo noi, ma cosa vede lei.

Stephanie Seymour by Collier Schorr, da Vogue Italia Agosto 2019
Stephanie Seymour by Collier Schorr, da Vogue Italia Agosto 2019

Eccola dunque guardarsi allo specchio e riflettere sul suo lavoro e sulla sua vita. Stephanie racconta a Vogue Italia dei capezzoli finti di Helmut Newton, della rabbia di Avedon, della responsabilità della maternità, del diventare adulta (e dei segreti che lei e Naomi non possono raccontare). Più guarda nello specchio più si rende conto che è una trappola da cui non si scappa, ma che può attraversare accettandosi come madre, amica, moglie, imprenditrice. Seymour ci mostra il suo essere donna. E poi se ne va a prendersi cura del giardino.

Lei è abituata a essere osservata. Può guardare le foto del servizio per Vogue Italia e dirmi cosa vede?

Vedo una madre. Una moglie. Vedo tutte le cose che devo fare in una giornata. Vedo tutte le mie responsabilità come donna, che sono cresciute con gli anni. Avere il controllo della propria vita è molto importante: io lo faccio se penso alle persone delle quali devo prendermi cura, i miei figli, i miei amici, la mia azienda, mio marito. Non mi piace immaginare che il mondo giri intorno a me.

Cosa sempre più rara nella nostra cultura – penso ai selfie. Lei se li fa?

No. È divertente farne con gli amici ma non mi va più di continuare questa forma di autopromozione. Lo faccio già attraverso il lavoro e questo è sufficiente.

È stata scoperta molto giovane, era praticamente una bambina. Cosa ha significato?

Credo sia stata una bella opportunità, mi sento fortunata. Ho inviato una mia foto a Look of the Year e dopo un anno e mezzo ero a New York, avevo lasciato famiglia, scuola, tutto quanto. Non mi rendevo bene conto di quello che stava succedendo, ma bisognava lavorare duro, imparare che le cose vanno di rado per il verso giusto e farsi una bella scorza. All’inizio ero una specie di appendiabito, mi sentivo isolata, ero ciò che gli altri volevano che fossi. Dopo circa vent’anni ho capito, qualcosa è cambiato e ho sentito che c’era collaborazione – grandi stilisti, grandi hair stylist, grandi modelle, tutti insieme per creare immagini bellissime. Mi sono fatta molti buoni amici.

Chi, per esempio?

Tutte le ragazze con cui lavoravo, perché ci prendevamo cura una dell’altra. Per me le sfilate erano molto difficili, ricordo un terribile attacco d’ansia nel backstage della passerella di Dolce&Gabbana a Milano. Avevo diciannove anni, le ciglia finte e ogni genere di make-up. Mi sono messa a piangere. A quei tempi le modelle più grandi si truccavano da sole, avevano i loro prodotti, come Linda, Naomi e Karen… Linda fu davvero carina, mi tolse tutto il trucco e lo rifece. Linda è la migliore truccatrice del mondo.

Si è vista cambiare progressivamente mentre diventava sempre più conosciuta, e poi famosa?

Spesso le modelle, quando arrivano al successo, sono poco più che bambine appena uscite dall’ala protettrice della famiglia. E quelle che meglio lo hanno gestito di solito hanno una famiglia forte alle spalle. Io i miei li volevo rendere orgogliosi. E volevo essere orgogliosa di me stessa. Detto ciò, non credo che le ragazze molto belle si vedano tali allo specchio, e questo è un peccato. Si pensa sempre che l’aspetto esteriore sia più importante, in realtà però non conta come sei fuori, ma come sei dentro.

Come è stato lavorare con Helmut Newton?

Molto interessante. Aveva un incredibile senso dello humour e un occhio altrettanto incredibile per il genere di bellezza sensuale un po’ dark. Si portava dei grossi capezzoli di gomma, gli piaceva metterli sotto le camicie delle ragazze così che sembrava ne avessero di grandi e duri. So che è volgare, ma Helmut ne aveva fatto una scienza. Arrivava con i suoi occhiali e te li metteva nel reggiseno. Era davvero strano. Poi non so se lo faceva solo per divertimento o se davvero funzionava nelle foto, di sicuro ho imparato a non metterlo in discussione.

Anche nelle fotografie più sensuali e serie c’è spesso una sorta di humour, qualcosa che farebbe ridere un ragazzino.

La prima volta che ho lavorato con lui, alla fine della giornata mi ha detto: «Sto facendo delle foto di ragazze in topless che stirano, accetteresti di posare mentre stiri?». Il parrucchiere mi fece le trecce da bambina tedesca che a lui piacevano. Indossavo un grembiule da domestica senza la parte sopra. L’idea era che stirassi nel seminterrato di un castello. Gli dissi: «Va bene, facciamo le foto, ma non puoi usarle senza il mio permesso». Quando decise di utilizzarle gli chiesi di non farlo. Si è così arrabbiato, era furioso.

E cosa succedeva quando Helmut Newton si arrabbiava?

Era orribile, devastante. Piuttosto mi chieda cosa succedeva quando Avedon si arrabbiava… Ecco. Sapeva come metterti all’angolo, aveva un talento per controllare le persone, ed era un grande direttore. Ho imparato molto. Per esempio come impostare lo sguardo, come esprimere un’intenzione con gli occhi. Come cadere e come saltare. Sembrano cose che sai fare, ma è stato come tornare a scuola. Dick era un maestro in questo. Anche lui un grande modello.  Sapeva esattamente cosa fare, dove mettere il peso.

Quasi come un coreografo.

Oh sì, era un coreografo, e ogni tanto ne invitava a lavorare con noi. Diceva: «Lo so che per istinto metti il peso sul piede destro, mettilo sul piede sinistro e alza il braccio destro». Oltre a come cambiare il movimento della foto, mi ha insegnato il significato della parola collaborazione. È stato l’unico caso in cui mi sono sentita così coinvolta da un grande artista. Mi permetteva di aiutarlo a editare le immagini del giorno prima, mi chiamava e mi diceva: «Facciamolo insieme, aiutami». Poteva anche succedere che dicesse: «Non me ne piace nessuna, sei d’accordo che dobbiamo rifarle?». Io pensavo: «Abbiamo appena fatto sei ore di shooting!». Ma sapevo che aveva ragione. È stato un grande regalo avere vicino qualcuno come lui, con la sua energia.

Nell’attuale panorama della moda, c’è qualcuno che lavora a questo livello?

Non saprei, mi piacerebbe sapere di più di quello che sta succedendo. Mio figlio Harry è molto emozionato per le foto che abbiamo fatto per Vogue Italia. Forse è meglio lasciare spazio  ai giovani.

Ci racconta come ha conosciuto Gianni Versace?

Prima di Gianni c’erano due tipi di modelle, quelle che facevano le sfilate e quelle che posavano. Erano proprio due categorie diverse. Gianni amava le prime, ma voleva anche le altre. Linda, Naomi, voglio questa, voglio quest’altra. Io non ero disponibile per le sfilate perché mi rendevano molto nervosa. Ma lui non si dette per vinto, chiamò la mia agenzia offrendomi molti soldi. Dissi al mio agente: ma lo sa che io non faccio sfilate, vero? Il rapporto con Versace è stato unico. A Milano lavoravo per lui e per nessun altro. Ci sapeva fare, si prendeva cura di me meglio di tutti. Ero sempre ospite dei migliori hotel, e quando arrivavo in camera trovavo fiori e giocattoli per mio figlio Dylan. Ogni giorno c’era una macchina che mi veniva a prendere, mi portava al lavoro e aspettava per riportarmi a casa. Era come stare tra le braccia di qualcuno. Eri sotto l’ala di Versace.

Il rapporto con Versace ha cambiato il suo percorso di carriera?

Lui sceglieva sempre i migliori. Avedon faceva tutte le campagne pubblicitarie, e quindi anch’io ho iniziato a fare molti lavori con lui. Nessuno ha fatto delle campagne simili, erano incredibili. Gianni diceva: fai quello che vuoi, Dick. Parlavano al telefono tutte le mattine e Dick gli mandava le foto del giorno prima. Gianni sapeva come coinvolgere le persone e tenerle insieme, era un dono molto speciale.

Com’era la vostra relazione?

All’inizio c’era solo il lavoro. Quando lui si innamorò cambiò tutto, iniziò a collezionare arte, sorrideva di più. E poi ce l’hanno portato via, una terribile tragedia. Non potevo credere quanto fosse felice le ultime volte che l’ho visto.

C’è un ricordo speciale, del genere “quella volta con Versace”, che potrebbe diventare oggetto di conversazione a un cocktail party?

Non sono una da spettegolare ai cocktail party. Sono piuttosto riservata. Ho molti bei ricordi e forse riguardano tutti Naomi. Abbiamo vissuto insieme l’adolescenza, i venti e i trent’anni. Magari potessi entrare nei dettagli. Qualcuno non me lo perdonerebbe.

Quale evoluzione ha avuto a livello profondo, come persona e come donna, da allora?

Ho iniziato come modella a quindici anni, ora ne ho cinquantuno. Se non ci fossero state tante evoluzioni in tutti questi anni ci sarebbe qualcosa che non va. Cerco sempre di migliorarmi. Posso fare di più? Posso essere una madre migliore? Posso essere un’amica migliore? Una moglie migliore? L’evoluzione è complessa, accadono cose che ti cambiano, ma alla fine si torna ai propri valori e si continua a combattere per quello a cui si tiene.

Parlando dell’aspetto fisico, come è cambiata la relazione con il suo corpo?

Vivo l’accettazione. Accetto di non essere uguale a una volta, che il mio corpo non è più lo stesso. Non sempre mi piace quello che vedo, sono più vecchia e pesante. Ma ho un mantra: tenere la mente attiva e impegnata è molto più importante che stare a guardarsi allo specchio. Le donne sono belle a ogni età. Cerco di non soffermarmi troppo su come ero o su come sono le ragazze oggi. Se investo le mie energie nelle cose che mi fanno stare bene, come il giardinaggio – sto coltivando lavanda e pomodori –, disegnare la mia linea, stare con i miei figli, è tutta un’altra vita.

La sua linea di lingerie Raven & Sparrow è una celebrazione del corpo femminile. Ha detto che vuole sfidare l’idea dell’intimo fatto per lo sguardo maschile.

Sì è così. Quello che c’è in giro o è roba che ti metteresti per andare a letto o sono pezzi che piacciono agli uomini. Non c’è una via di mezzo. Gli uomini vogliono cose assurde come le giarrettiere con relative calze, che sono totalmente scomode per uscire. Ma io penso che ai maschi piacciano molte più cose di quelle che loro credono. È questa la sfida. Come quando una ragazza indossa una maglia oversize il mattino dopo, è sexy! Non si venderebbe? Io la comprerei! Anche se adesso siamo specializzati in pigiami, camicie da notte, vestaglie, abbigliamento da casa. Mi piace pensare al rituale dell’andare a letto come al momento in cui indossi qualcosa che ti fa star bene anche il giorno seguente, al risveglio.

A proposito di sentirsi bene, torno alla domanda dell’inizio: dopo tutte queste riflessioni sulla sua carriera e sulla sua vita, cosa vede ora nello specchio?

Una donna, non una ragazza. E solo una donna può sapere cosa ciò significhi. È ciò che mi accompagna, anche se a volte con gravità. È un peso che ho dovuto imparare a portare. Guardo nello specchio e dico: «Avanti, affrontiamo anche questa giornata, sei una donna adesso. Ce la puoi fare».

Nella foto: Ellen von Unwerth, Vogue Italia, gennaio 1993.



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