Omicidio by Jessica Fellowes


Nel cuore dell’inverno, in un albergo dove Frank Sinatra e Sophia Loren un tempo si incontravano a bere Martini, un regista hollywoodiano arriva accompagnato dalla sua giovane musa, con l’intenzione di sfruttare il fascino sbiadito del luogo, attirare nuovi clienti e disturbare quelli affezionati: un’attrice, un’instagrammer, una giornalista. Quando un improvviso blackout getterà l’albergo nel caos, il risultato sarà un omicidio. Sopravviveranno allo scandalo?

Il blackout iniziò appena servito il caffè, dopo cena. Nevicava ininterrottamente da oltre ventiquattro ore e, poiché l’albergo sorgeva ai margini del resort sciistico, alcuni di noi avevano già previsto di rimanere isolati per uno o due giorni. Seduti nel debole chiarore delle candele sul tavolo, aguzzammo la vista verso il direttore dell’albergo, Moulin, che si stava scusando con il labbro imperlato di sudore. Le linee elettriche e telefoniche erano fuori uso, e ci sarebbero voluti due giorni prima che un tecnico potesse raggiungere l’albergo. Niente luce, niente televisione, niente caricatori del telefono, niente wi-fi, niente riscaldamento, niente acqua né pasti caldi. Qualcuno scherzando disse che avevamo dato fondo alla famosa minestra di sedano dello chef – ricetta rimasta invariata da quando mezzo secolo prima un famoso critico le aveva assegnato cinque stelle – e che avremmo dovuto sopravvivere come potevamo. Ma nessuno era particolarmente preoccupato: ci trovavamo in un albergo di lusso che esisteva da più di un secolo. Doveva di sicuro aver visto di peggio. Lentamente, appoggiando una mano alle pareti e reggendo con l’altra una candela o la luce del telefono, ci dirigemmo a piccoli passi verso le nostre stanze. C’è qualcosa, nel buio assoluto, che rende tutti più silenziosi. Recuperati i nostri Puffa e le nostre pellicce, tornammo a sederci nel salotto più grande, dove nel camino era stato acceso un grande fuoco. Eravamo un gruppetto di clienti, una ventina, e sorseggiando vodka scambiammo aneddoti di blackout passati. Era mezzanotte, avremmo potuto andare a letto, ma c’era nell’aria una sensazione di avventura che nessuno voleva perdersi. O forse sapevamo che maggiore il numero, minore il rischio. Prima che tornasse la luce, uno di noi sarebbe morto.

Come le star del cinema nelle foto in bianco e nero incorniciate dietro il bancone del bar, l’Hotel M sarà forse svanito dai riflettori, ma conserva un certo carattere. Lo percepisci ordinando un Martini nel punto in cui Sophia Loren e Frank Sinatra furono immortalati mentre sorseggiavano i loro. All’M non soggiornano le allegre famigliole con i piumini in tinta, ma i bevitori, i solitari e chi ama circondarsi dei fantasmi degli inverni passati. Io prendo sempre la stanza 64, che fu la preferita di Brigitte Bardot e ha tre pareti di finestre affacciate sulle Dolomiti. Quando mi sveglia la prima luce, amo guardare i costoni di quelle montagne, che mi sfidano ad affrontarli. Temo e accolgo il vento della solitudine mentre scio fuori pista, senza una traiettoria, quasi incurante della possibilità che uno sperone di roccia o un ramo basso mi dia la morte.

Sono una scrittrice, una giornalista, e trascorro la maggior parte dell’anno in calzoncini color sabbia e giubbotto antiproiettile, attraversando villaggi bombardati in zone di guerra con i capelli appiccicati dal sudore, cercando le donne e i bambini che mi diranno del loro disperato bisogno di cibo, acqua, civiltà. Ecco perché il mio annuale soggiorno all’M è così deliberatamente immotivato. Il suo antiquato concetto di lusso rappresenta una tregua necessaria, che soddisfa la mia fame di opposti. Voglio circondarmi di avidità saziata. All’M nulla cambia mai, non il menu, né il décor, né la clientela. E a me piace esattamente così.

Ma anche prima del blackout ero già inquieta, consapevole di un mutamento nell’atmosfera fin da quando il giorno prima avevo fatto il check-in. Dal bar veniva un brusio di voci, e avevo visto due giovani che giocavano a biliardo in jeans. Un’occhiata a Susie, la mia receptionist preferita, era bastata a confermare che la fortuna non mi arrideva. La mia stanza era andata a Marlene Mara.

***

Be’, quando me lo dissero dovetti ammettere che nessuno poteva rifiutare una richiesta di Marlene. Il nome non vi dice nulla? Forse, per sapere di chi si tratta, bisogna avere una certa età. Io la conoscevo perché era stata il primo amore non corrisposto di mio padre. Bellezza leggendaria, talento anche superiore, una vita privata in costante tumulto. Si era sposata cinque volte, continuando a fare notizia – se non a girare film – ben oltre i settant’anni, e con gli stessi capelli rosso fuoco che nel 1969 avevano attratto l’attenzione del presidente della Paramount.

Che posso dire? Anche un’inviata di guerra ogni tanto deve rilassarsi. Accettata un’altra stanza a prezzo ridotto, mi ero fatta la doccia e cambiata, dopodiché ero scesa al bar. È un momento di trasformazione che mi gusto sempre. Ogni anno, per una settimana, sfoggio abiti di seta e i diamanti della nonna, e non per vantarmi, ma tutti quei mesi a nutrirsi di razioni militari lavorando fianco a fianco con i soldati mi procurano un fisico abbronzato e asciutto che, quando lo voglio, sa attirare l’attenzione.

Ma non quella sera.Il barista Alex, dopo avermi strizzato l’occhio come sempre, si era subito messo a preparare il mio solito cocktail, ma ancora le teste non si giravano. Ero un sasso colato a picco senza lasciare increspature. Fingendo di non accorgermene, mi ero accomodata su uno sgabello all’estremità del lucido bancone. Non ci era voluto molto per capire come mai nessuno mi vedesse. Gli occhi erano tutti puntati su tre persone sedute davanti al camino. Una di queste era Marlene Mara, magnetica dal vivo come lo era stata in ciascuno dei suoi film. Quando Alex posò il mio drink, gli feci cenno di avvicinarsi. Sapeva cosa volevo, ed era sempre pronto ad accontentarmi.«Lui è Leo Purnell». Annuii, riconoscendo il nome. Quotatissimo regista hollywoodiano, il cui ultimo film aveva incassato oltre un miliardo di dollari e l’ultimo divorzio era costato quasi la metà. «Cerca una location per il prossimo film, e potrebbe essere questo albergo». Mi era corso un brivido immaginando le conseguenze. Un albergo più affollato, e da nuovi e diversi clienti, avrebbe introdotto nella mia perfezionatissima settimana degli sconosciuti. Voltandomi a guardare Purnell, che vestiva trasandato come solo i molto ricchi possono permettersi, il mio cuore non aveva gioito.«Resisti», mi ero detta.«Accanto a lui c’è Raine de Kay, un’attrice in ascesa. Almeno secondo Purnell». Guardai meglio. Era indubbiamente bellissima. Più che una stella, un corpo celeste nella notte, con la pelle scura che pulsava di luce soffusa, i capelli lunghi e neri legati da un piccolo nastro rosso intonato all’unica traccia di trucco, quella sulle labbra. Non aveva o quasi modo di parlare, mentre Marlene teneva banco, ma l’avevo vista puntare con decisione la gamba destra contro quella del regista. Solo allora avevo notato la donna che sedeva al bancone un po’ più in là. Si stava facendo un selfie: imbronciava le labbra lucide, si aggiustava i capelli corti con le mèches rosa. Alex aveva fatto un sorrisetto. «Anoushka», mi aveva detto. «Prenotazione last-minute, secondo noi sapeva che c’era gente del cinema. Dice di fare l’instagrammer. Non sapevo fosse un lavoro». Si buttò uno straccio sulla spalla e mi indicò il bicchiere vuoto. «Un altro?». Annuii, e lui tolse l’oliva dal bicchiere. Il resto della sala era pieno di giovani uomini e donne in magliette da poco e Converse All Star. «Troupe?», chiesi. Alex annuì. «Abbastanza innocui. Felici di spendersi la diaria».

Gli altri li conoscevo tutti. La signora Wilder veniva ogni anno praticamente da quando furono gettate le fondamenta, ed era nota per le lamentele ma anche per quello che spendeva. C’erano altri tre o quattro volti noti, che mi curai di salutare senza invitarli a proseguire la conversazione.

Il mio sguardo, come quello di tutti, era risucchiato dal campo magnetico di Marlene Mara. Indossava un vestito nero che le fasciava superbamente il corpo, e la vampata di capelli rossi luccicava come appena messa in piega. Le dita lunghe, cariche di anelli d’oro, accarezzavano di tanto in tanto il braccio peloso di Leo Purnell, puntualmente innescando una reazione ilare a un qualche scherzo che nessun altro coglieva. L’attrice più giovane veniva esplicitamente ignorata. Fuori, la neve cadeva morbida e fitta. Al mattino sarebbe stata nero ghiaccio letale.

***

Raine de Kay giaceva in mezzo al corridoio, i capelli scuri sparsi sul tappeto, le mani posate sul collo, gli occhi chiusi. Non dormiva. La guardammo immobili: Susie, Alex, Marlene Mara, Leo Purnell e vari membri della troupe, tutti a bocca aperta, le braccia penzoloni lungo i fianchi. L’unica a muoversi era Anoushka, che scattava selfie con espressioni sconvolte e il corpo in un angolo della foto. Ne provò diverse, fra cui “improvvisa tristezza” e “lacrime agli occhi”.

Era passata mezzanotte e stavamo andando a letto quando Susie aveva dato l’allarme. Era tornata alla reception perché convinta di aver sentito il telefono squillare, e al buio era inciampata in una delle gambe spalancate di Raine. L’urlo ci aveva fatto accorrere. Ora eravamo in piedi intorno al corpo con le nostre candele e i nostri cellulari, ammutoliti dalla scoperta.Leo si buttò in ginocchio e prese a urlare il suo nome, quindi Marlene, sistematasi accuratamente il vestito (sospettai difficoltà di movimento dovute a un eccesso di biancheria contenitiva), si inginocchiò a sua volta, si mise a piangere, in modo fotogenico. «Chi è stato?», gridò drammatica, e a quel punto, con un unico gesto fluido, troppo rapido e improvviso perché chiunque dei presenti capisse cosa succedeva, Raine si alzò a sedere e scoppiò a ridere.«Io», rispose, sfoderando i denti bianchissimi nella penombra.Io diedi in escandescenze. La sfacciataggine! Leo e Marlene erano furiosi, ma Raine si alzò in piedi, si spolverò e aiutò Marlene a issarsi. «Ve l’ho detto che sono una brava attrice, o sbaglio?», si vantò Raine. Leo allora alzò le mani e sorridendo disse: «Va bene, hai vinto! La parte è tua!». Risero tutti, tranne Marlene, che fissava Raine con gli occhi socchiusi. La confusione fu spezzata da Susie, che battendo le mani suggerì di andare a letto: nelle stanze erano state messe delle coperte in più.Mentre spingevo millimetricamente il piede sotto le lenzuola fredde, capii che non avrei dormito per alcune ore. Ebbi ragione: solo quando da fuori il riflesso candido del sole sulla neve alta cominciò a filtrare attraverso le tende, gli occhi finalmente si chiusero.

***

Dopo quelli che mi parvero minuti, fui svegliata da Susie che mi scuoteva una spalla. Non amo svegliarmi di colpo, mi mette di malumore, e fui certa di non riuscire a nascondere l’irritazione. Susie non batté ciglio. «Ci servi di sotto, subito».

Borbottando tra i denti imprecazioni straniere, infilai i fuseaux termici e la giacca da sci – sembrava che nottetempo il freddo fosse filtrato attraverso i muri dell’albergo – e scesi di sotto. Avevo bisogno di caffè nero e uova strapazzate con pane integrale tostato per fugare dal cervello la nebbia del poco sonno, ma sapevo che erano entrambi desideri impossibili. Al pianterreno vidi Alex che mi faceva segno da una porta in fondo al corridoio. Quando mi avvicinai, si girò e cominciò a camminare, invitandomi a seguirlo. Entrammo nel soggiorno, dove grandi specchi riflettevano le pareti azzurro chiaro e le montagne fuori. Susie e il signor Moulin erano fermi in piedi con Leo Purnell, la cui vestaglia scopriva i polpacci fasciati dai calzini. Quando entrai tutti alzarono lo sguardo.«Be’?», chiesi. Di colpo mi sentivo sulla graticola.Più di tanto non sbagliavo.

Nell’angolo, accasciato sullo scrittoio, c’era un corpo, la testa adagiata sul ripiano di pelle. Accanto, un calamaio rovesciato – chi è che scrive ancora con penna e calamaio? – e fogli sparsi sul pavimento. Una mano penzolava inerte oltre il bordo dello scrittoio, l’altra stringeva un tagliacarte, con una luccicante lama dorata. Riconobbi le unghie scarlatte: Marlene Mara.

«Non sappiamo cosa fare», mormorò Susie scambiandosi occhiate con il signor Moulin, i cui baffi tremavano come quelli di un coniglio. «Se si viene a sapere, per l’albergo sarà un terribile scandalo, e lo stesso per il film di Purnell…».

Li fissai impassibile. Non sapevo perché mi avessero coinvolto, a meno che non avesse sempre avuto ragione mia madre: condividere un problema vuol dire scaricarlo su altri.«Tu che sei giornalista», disse Susie. «Puoi mantenere il riserbo, vero?». Glissai stringendomi nelle spalle.

Guardai il cadavere di Marlene, notando qualcosa di strano. Ero quasi certa che una gamba si fosse mossa.Dio santissimo.Mi avvicinai e le appoggiai una mano sulla schiena. «Bravissima, Marlene. Una delle sue interpretazioni migliori».

Lei si raddrizzò con un sorrisetto maligno, poi guardò il regista. «Questo, caro Purnell, è recitare». Quindi si alzò, dignitosissima, e mi tese il braccio. «Mi fa la cortesia di accompagnarmi in camera?». Come rifiutare? Nessuno diceva no a Marlene Mara.

***

Una volta nella stanza, la maschera calò. Marlene afferrò due bottigliette di vodka dal frigobar e me ne porse una, invitandomi alle confidenze, anche se la mia vita non le interessava quanto la sua. Tipico delle star. Si lasciò andare ai singhiozzi: la sua stella era tramontata; mai più avrebbe avuto un ruolo decente; quegli imbecilli di registi volevano solo attrici più giovani e sexy da portarsi a letto. Cercai di calmarla, raccontandole dell’ossessione o quasi che mio padre nutriva per lei, ricordandole che aveva ancora legioni di fan, e infine, quando due ore dopo la lasciai, era tranquilla. Marlene Mara morì altre due volte, quel giorno. La prima dopo aver bevuto un bicchiere di vino a pranzo, quando a un tratto cacciò un urlo e si accasciò sulla sedia, i capelli a scoprirle il volto, gli occhi sbarrati di terrore. Poi in cucina, con un coltello insanguinato stretto in mano, lasciando sconvolto l’aiuto-cuoco che l’aveva trovata – apparentemente accoltellata e appesa a un gancio da carne – nella cella frigorifera della cucina. Lì Moulin perse le staffe, e fu allora che presi Marlene da parte. Aveva dimostrato il suo talento. Meglio sarebbe stato dimostrare generosità offrendo a Raine una lezione di recitazione. Sapevo che la giovane attrice non avrebbe potuto rifiutare. Giunto il pomeriggio, la novità dell’assenza di elettricità si era ormai esaurita, e nessuno attendeva con ansia il buio che presto sarebbe calato fuori e dentro. Il personale dell’albergo, valoroso, accendeva e alimentava fuochi per scaldarsi, e Susie trovò un fornellino da campeggio su cui fece bollire infiniti tè. Ciò nonostante, persone come la signora Wilder protestarono dicendo che un campo profughi sarebbe stato più accogliente; su quello potei finalmente contraddirla. Quando poi si sentirono Marlene e Raine lavorare insieme come maestra e studentessa nel soggiorno, quel po’ di intrattenimento fu un sollievo. Eravamo, per così dire, spettatori della prima di due grandi attrici. La crisi aveva reso noi ospiti dell’albergo più intimi, e per un po’ avevo chiacchierato perfino con Anoushka. Poco prima di sera, si sedette accanto a me davanti al fuoco. Erano state accese delle candele, ma risparmiavamo la batteria delle torce. Notai che gli attori avevano alzato leggermente il volume. Che Marlene stesse insegnando alla giovincella come proiettare la voce?

«Il mio post di ieri sera è stato, tipo, laicatissimo», disse Anoushka. Ci misi un po’ a capire cosa intendeva: non faccio uso di social media. Mentre cerco riparo dai droni, non m’importa di cosa uno ha mangiato a pranzo o quant’è bello il suo bambino. «Tu sei un’inviata. Io adorerei fare, tipo, la giornalista vera. Pensavo che adesso potrei fare una foto a Raine. Per mostrare che è viva e sta bene, capito? E poi qualcuno mi ha detto che una volta la signora più vecchia era tipo famosa o simili?».

«Sì», risposi. «Mi sembra un’ottima idea».

Va da sé che, quando il mattino dopo Marlene fu trovata morta nel suo letto, sulle prime nessuno ci credette. La cameriera era fuggita a chiamare Susie, che l’aveva scrollata con forza per le spalle dicendole di smetterla subito – spaventava i suoi colleghi –, ma poi aveva visto il materasso intriso di sangue sotto di lei. Era stata accoltellata con il tagliacarte dorato.

Durante la notte aveva smesso di nevicare, e la polizia arrivò con un operaio dei telefoni e un elettricista. Anoushka ricaricò rapida il telefono e postò le immagini scattate la sera prima. In una di queste, che pure non destava particolare attenzione – era il suo solito sorriso vacuo a favore dell’obiettivo –, l’investigatore notò in un angolo, quasi fuori dall’inquadratura, Raine che minacciava Marlene con una furia… incontenibile, si sarebbe detto. Non so che termine avrebbe usato un critico cinematografico. Marlene appariva pallida e tremante, di un terrore così autentico che, diciamo, nessuna interpretazione da Oscar avrebbe retto il confronto.

La polizia confermò presto che sulla lama c’era una sola impronta digitale, ma non serviva altro. Era di Raine.Potremmo definirlo un lieto fine. Marlene Mara morì in un’ultima fiammata di gloria come avevamo previsto, e il funerale radunò il pubblico più grande che avesse mai avuto. Metà di loro erano millennial che avevano da poco scoperto la sua leggenda. Il post di Anoushka raccolse tre milioni di like, tuttora in aumento. E io? In una botte di ferro. Il soldato che mi aveva spiegato nel dettaglio come affondare e torcere una lama per uccidere in modo rapido e pulito era morto a sua volta. Nessuno mi avrebbe mai più sottratto la stanza 64.

Jessica Fellowes (1974) è l’autrice dei libri sui retroscena della serie “Downton Abbey” e dei gialli “I delitti Mitford” che, ambientati nell’alta società inglese degli anni Venti, hanno per protagoniste le famose sorelle Mitford. L’ultimo romanzo è “Morte di un giovane di belle speranze” (Neri Pozza, 2018).

Artwork di Paolo Ventura per Vogue Italia.

Vogue Italia, settembre 2019, No. 829, pag.420

(English text)

Hotel M
Jessica Fellowes

In the mid-winter, an old hotel where Frank Sinatra and Sophia Loren once met for martinis, a Hollywood film director arrives with his ingenue, planning to cash in on the faded glamour, attracting new guests and disrupting the regulars: an actress, an instagrammer, a journalist. A sudden blackout plunges the hotel into chaos and finally, murder. Will they survive the scandal?

The blackout happened as soon as the coffee was served at the end of dinner. The snow had been falling steadily for over twenty-four hours and as the hotel sat on the outskirts of the ski resort some of us had already anticipated being cut off from the roads for a day or two. Sitting in the pale glow of our table candlelights, we squinted at the general manager, Mr Moulin, sweat beading on his upper lip as he apologised. The lines had come down for electricity and the telephone; it looked as if it would be two days before any repairmen could reach the hotel.

No lights, no television, no phone chargers, no WIFI, no heat, no hot water, no hot food. Someone joked that we’d had the last of the chef’s famous celery soup – a recipe unchanged since a renowned critic gave it five stars half a century ago – and we’d have to do what we could to survive. But no one was too worried: we were in a luxury hotel that was more than a century old. Surely it had seen worse.

Slowly, one hand touching the walls, the other holding a candle or phone-torch, we tiptoed back to our rooms – pitch darkness somehow makes everyone quieter. We grabbed our Puffas or fur coats and returned to sit in the largest drawing room where a blazing fire had been lit. We were a small party of twenty or so guests and as we sipped vodka we exchanged stories of blackouts past. It was midnight and we could have just gone to bed but there was a sense of adventure in the air and none of us wanted to miss it. Or perhaps we knew there was safety in numbers. By the time the lights came back on, one of us would be dead.

***

Like the movie stars in the framed black and white photographs behind the bar, Hotel M may have faded from public view but it still has star quality. You can feel it as you order a martini in the same spot that Sophia Loren and Frank Sinatra were snapped sipping theirs. Cheery families in matching anoraks don’t stay at M, only the drinkers, the loners and the people who like to sit with the ghosts of winters past. Room 64, Brigitte Bardot’s favourite, is always mine, with three sides of windows overlooking the Dolomites. When I wake at first light, I like to see the crags of those mountains, daring me to take them on. I fear and embrace the wind of loneliness as I ski off-piste, following no path, hardly caring whether a jutting rock or low branch brings me death.

I’m a writer, a journalist, and I spend most of my year in khaki shorts and a bullet-proof vest, sweat slicking my hair back as I pick my way through bombed out villages in war zones, seeking out the women and children who will tell me of their desperate need for food, water, civilization. It’s why my annual sojourn to M is deliberately gratuitous. Its old-fashioned ideas of luxury are a necessary respite, sating my craving for the counterpoint. I want to be surrounded by greed that is fed. Nothing changes at M – not the menu, the décor or the guests. And that’s exactly how I like it.

Even before the blackout, however, I’d already been unsettled, aware of a shift in the atmosphere as soon as I had checked in the previous day. There had been a buzz of chatter coming from the bar and I could see two young men in jeans playing pool. One look at Susie, my favourite receptionist, had confirmed that things weren’t going to go my way. It appeared that my room had been given away to Marlene Mara.

Well, when I heard that, I had to concede that no one could refuse a request from Marlene. Not ringing a bell? Perhaps you have to be a certain age to know who she is. I knew her because she was my father’s first unrequited love. Her beauty had been legendary, her talent even more so, her private life a constant tumult. She had married five times, continuing to make headlines – if not movies – well into her seventies and still bore the flaming red hair that had first caught the attention of the Paramount studios chief in 1969.

What can I say? Even war reporters need light relief.

Having accepted another room for a cut-price deal, I showered, changed and went back down to the bar. I always enjoy this moment of transformation. For one week in the year, I wear silk dresses and my grandmother’s diamonds and, though I do say so myself, those long months subsisting on rations and working alongside soldiers gives me a tanned, lean figure that draws attention when I want it.

But not on this night.

The barman, Alex, gave me a friendly wink as he always does and immediately began to prepare my usual cocktail, but still no head turned. I was a stone that had sunk without a trace of a ripple. I pretended not to notice and hitched myself up on to a stool at the far end of the polished bar. It didn’t take me long to realise why I had not been seen. All eyes were on the three people sitting by the fire. And Marlene Mara was one of them, as mesmerising in real life as she had been in all twenty-three of her films.

When Alex set my drink down, I beckoned him to lean towards me. He knew what I wanted and he was always willing to provide.

‘The man is Leo Purnell.’ I nodded to show I knew the name. A hotshot Hollywood director whose last film had grossed over a billion dollars and whose last divorce had cost him almost half as much again. ‘He’s looking for a location for his next film and apparently the hotel might be it.’

A chill went through me as I considered the implications of this. A busier hotel with new and different guests would bring unknowns to my carefully honed week. I turned back to look at Mr Purnell, dressed in the sort of scruffy clothes that only the very rich can pull off, and my heart was not gladdened.

‘Carry on,’ I said.

‘Beside him is Raine de Kay, an up and coming actress. According to Mr Purnell at any rate.’ I looked again. She was, without question, a beauty. Not so much star power as a heavenly body in the night, gentle light pulsating through her dark skin, her long black hair tied with a thin red ribbon, which matched the only make up she wore, on her lips. She was given little opportunity to talk as Marlene held court but I saw her right leg press closely against the director’s.

Then I noticed the woman sitting further along the bar from me. She was taking a selfie, pouting her glossy lips and tweaking her cropped hair, streaked pink. Alex smirked. ‘Anoushka,’ he said. ‘A last-minute booking, we think she heard about the film people. Calls herself an instagrammer? I didn’t know it was a job.’ He flicked a cloth over his shoulder and gestured to my empty glass. ‘Another?’ I nodded and took the olive from my empty glass.

The rest of the room was filled with young men and women in cheap t-shirts and Converse trainers. ‘Crew?’ I asked. Alex nodded. ‘Harmless enough. Happy to spend their per diems.’

I knew everyone else. Mrs Wilder had been coming every year practically since the first foundation stones were laid and was a notorious complainer but a good spender. Then three or four other familiar faces that I knew to say hello to but also to encourage no further conversation.

Like everyone else, my gaze was pulled by the magnetic attraction of Marlene Mara. She wore a black dress that contained – constrained? – her figure superbly and her artificially flame-red hair had a glossy blow-dried sheen. Her long fingers, heavy with gold rings, would stroke Leo Purnells’s hairy arm from time to time, a cue to a high-pitched laugh to a joke that no one else seemed to get. The younger actress was pointedly ignored.

Outside, the snow was falling, thick and soft. In the morning it would turn to lethal black ice.

***

Raine de Kay lay in the middle of the hallway, her dark hair spilling out across the rug, her hands at her neck, her eyes closed. She was not sleeping. We stood and stared at her: Susie, Alex, Marlene Mara, Leo Purnell and several of the crew, their mouths agape, their arms hanging uselessly at their side. The only person moving was Anoushka, taking selfies with a shocked expression, the body just in shot. She tried out a few, including ‘suddenly saddened’ and ‘almost crying’.

It was after midnight, and we had been on our way to bed when the alarm had been raised by Susie. She had gone back to the reception desk because she was sure she’d heard the telephone ring and in the dark she had tripped over one of Raine’s splayed legs. The scream had brought us running. We stood around the body now with our candles and torches, silenced by the discovery.

Leo dropped to his knees and started to cry out her name and then Marlene, having carefully adjusted her dress (I suspected there was a lot of control-underwear that was making kneeling difficult), got down too and began to cry, though prettily. ‘Who has done this?’ she called out dramatically, when in a single, smooth gesture that happened too quickly and abruptly for any of us to properly register what was going on, Raine sat up and began to laugh.

‘I did it,’ she said, her white teeth showing in the half-light.

That made me bark. The boldness of it! Leo and Marlene were furious but Raine stood, dusting herself down, and pulled Marlene up.

‘Told you I was a good actor, didn’t I?’ Raine crowed. To which Leo threw his hands up in the air and said with a smile, ‘OK! Fine! You’ve got the part!’ Everyone laughed at that, except for Marlene who regarded Raine through narrowed eyes. In all the hubbub, Susie clapped her hands and suggested we get to bed: extra blankets had been put in our rooms.

As I inched my feet between the cold sheets of my bed, I knew I would be unable to sleep for some hours. I was right: it was only as the bright white of the sun’s reflection on the deep snow outside shone through the gaps of my curtains that my eyes finally closed.

***

What seemed to be minutes later, I was awoken by Susie shaking my shoulder. I don’t like a sudden awakening, it makes me cross and I knew I couldn’t hide the look of displeasure on my face. Susie was unperturbed. ‘We need you downstairs now.’

Muttering foreign expletives under my breath, I pulled on my thermal leggings and ski jacket – it felt as if the cold had seeped its way through the walls of the hotel in the night – and made my way down. I needed a black coffee and scrambled eggs on rye toast to clear the fug of my barely-slept brain, but I knew the chances of either were nil. Downstairs, I saw Alex beckon from a doorway at the far end of the hall, and as I reached him he turned and walked away, indicating that I should follow. We went to the morning room, where large mirrors reflected the pale blue walls and the mountains outside. Susie and Mr Moulin stood with Leo Purnell in a dressing-gown, revealing stocky legs. They all looked up at me as I came in.

‘What?’ I said, a touch defensive. I felt as if had been put on the spot somehow.

I wasn’t far wrong.

In the corner, a body was slumped over the bureau, the head face down on the leather top. A pot of ink had been knocked over – who still writes with a pot of ink? – and paper was scattered all over the floor. One hand hung limply over the edge, the other gripped a letter opener, its gold blade flashing. I knew those scarlet fingernails: Marlene Mara.

‘We don’t know what to do,’ whispered Susie, exchanging glances with Mr Moulin, his moustache twitching like a rabbit’s. ‘If this gets out, it would be the most terrible scandal for the hotel, for Mr Purnell’s film…’

I looked at them blankly. I wasn’t sure why they had brought me into this, unless it was as my mother had always said: a problem shared is a problem dumped on someone else.

‘You’re a journalist,’ said Susie. ‘You can keep this quiet, can’t you?’

I gave a non-committal shrug. I looked at Marlene’s corpse but something was not quite right. I could swear a leg had shifted.

Oh, for god’s sake.

I went over and put my hand on her back. ‘Bravo, Miss Mara. One of your finest performances yet.’

She sat up at that and flashed a wicked grin, before turning to the director. ‘That, Mr Purnell, is real acting.’ Then she stood up with great dignity and held out her arm for mine. ‘Could you take me to my room, please?’

How could I refuse? No one refused Miss Mara.

***

In her room, the mask soon slipped. She took two tiny bottles of vodka from the mini-bar and handed me one, her invitation to confession, though she was not as interested in my life as she was in hers. No star ever is. She broke down, she sobbed: her glory days were over; she would never get a decent part again; all these idiot directors wanted were younger, hotter actresses they could get into bed. I calmed her down, told her of my father’s near-obsession with her, reminded her that she had legions of fans still and eventually, when I left her two hours later, she was calm.

Marlene Mara died twice more that day. Once after drinking a glass of wine at lunch, when she suddenly cried out and collapsed into her chair, her hair falling away from her face, her eyes wide with fear. Then, in the kitchens, a bloodied knife in her hand, she gave a terrible shock to one of the sous-chefs when she appeared apparently stabbed and hanging from a meat hook in the large catering fridge. Mr Moulin lost his temper then and at that point, I took Marlene to one side. She had demonstrated her skill. It would be better instead to show her largesse and offer Raine an acting masterclass. I knew the young actress could not refuse.

The novelty of the no electricity situation had well and truly worn off by the afternoon and no one was looking forward to the imminent darkness that would soon fall both outside and in. The staff were valiant, lighting fires for warmth and stoking them, and Susie found a camping stove on which she boiled endless kettles of hot water for tea. But even so, the likes of Mrs Wilder complained that a refugee camp in Afghanistan would be more comfortable; I was able at least to put her straight on that score. So when Marlene and Raine could be overheard, working as master and student in the morning room, there was a relief in the entertainment of it. We were, in a way, a first night audience for two great actors.

The crisis had brought us closer as guests, and I’d even spent some time talking to Anoushka. As the evening drew in, she sat beside me as we huddled close to the fireside. The candles were lit but we were conserving the batteries on our torches. I noticed the actors were a touch louder than before. Perhaps Marlene was teaching the ingénue how to project her voice?

‘I’ve had, like, so many likes for my post from last night,’ said Anoushka. It took me a while to get her meaning: social media is not something I use. I don’t care what anyone had for lunch or how cute their baby is when I’m sheltering from drones. ‘You’re a journalist. I’d love to be, like, a proper reporter. I thought I could take a picture of Raine now. I mean, to show she’s actually alive and OK? And then someone said that the old woman was once, like, some sort of celebrity or something?’

‘Yes,’ I said. ‘That would be a great idea.’

Of course, when Marlene was found dead in her bed the following morning, no one believed it at first. The chambermaid had fled the scene and called Susie, who had shaken her firmly by the shoulders telling her to stop doing this now, it was frightening the staff but then she had seen the blood that soaked the mattress beneath her. She had been stabbed by the gold letter opener.

The snow had stopped in the night, and the police came with the telephone repair man and the electrician. Anoushka quickly charged up her phone and posted the series of images taken the night before. There was one that wasn’t attracting much attention – she was smiling at the camera in her vacuous way – when the detective noticed in the corner of the picture, almost out of shot, Raine threatening Marlene with a fury that was… unbridled you might have called it. I’m not sure what words a film critic would use. Marlene herself was pale and trembling – no Oscar performance could come close to such authentic fear, you might say.

The police soon confirmed there was only one fingerprint on the blade but that was all they needed. It belonged to Raine.

I think you could call it a happy ending. Marlene Mara died in the final blaze of glory we had planned and her memorial service was packed with the biggest audience she’d ever drawn. Half of them were millennials, newly alerted to her legend. Anoushka’s post drew three million likes, and growing. And I? I was safe. The soldier who taught me how exactly where to plunge and twist a knife for a quick, clean kill was dead himself. No one will take Room 64 from me again.

Jessica Fellowes (1974) is the author of the official companion books to the television series "Downton Abbey". She is also the author of the murder mystery "The Mitford Crimes" that, set in the English high society of the 1920s, follows the story of the famous Mitford sisters. Her latest novel is "Bright Young Dead" (Sphere books)



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